Uno scrittore in cantina

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“Quando arrivai a Montalcino ero giovane; viaggiavo con mio padre su un’automobile bianca. Mentre divagavo lo sguardo sull’orizzonte arrivammo in un luogo di luce intensa. In cima a una collina vi era un rudere e intorno un pascolo e una macchia di ginestre, rovi e lecci. Dal fienile abbandonato guardavamo le nuvole passare lasciandosi ammirare dall’alto. Io e mio padre eravamo sopra le nuvole”. Luigi Anania è uomo di pensiero, sensibile e profondo; è uno scrittore, ma anche un contadino, una persona che sa immergere le mani nella terra. E oggi è il proprietario di quel podere in cui s’imbattè con il padre 35 anni fa. L’Azienda agricola La Torre estende vigneti esposti a mezzogiorno e a ponente per 5,6 ettari suddivisi  in quattro quadri che si vendemmiano separatamente a fine settembre. La cantina ospita botti da 25 quintali di rovere francese, botti da 39 quintali di rovere di Slavonia e quattordici barrique di diverse essenze legnose. La produzione si articola in Brunello di Montalcino, Brunello di Montalcino Riserva (solo grandi annate) Ampelio Rosso Toscano di Pregio, Rosso di Montalcino, Rosso Toscano (su ordinazione), Grappa di Brunello e Grappa di Brunello Riserva.

La filosofia

“Nel 1976 – ricorda Anania – quando mio padre Giuseppe piantò la prima vigna, Montalcino era ancora una comunità contadina e il Brunello era un mito per pochi grandi intenditori. Negli anni Ottanta i media incominciarono a trattare il prodotto vino, fino allora espressione del mondo agricolo contadino, come un prodotto mediatico e fu allora che il Brunello divenne un mito per tanti. Aveva preso il via un grande processo di trasformazione che non riguardava soltanto il passaggio del vino da prodotto agricolo a prodotto della civiltà mediatica, ma anche l’adozione in campo vinicolo di nuove tecniche scientifiche, nonché l’introduzione nelle case vinicole dei primi metodi informatici. La mia politica aziendale, condivisa da mio padre, fu di coniugare le tecniche apprese con la laurea in Agraria con il sapere di alcuni vecchi contadini che si contraddistinguevano per la passione e per la cura precisa e puntuale della vigna e del vino. La scelta di mantenere il contatto con i contadini fu la chiave per rimanere in relazione con il territorio e per produrre vini tipici che conservavano un legame con la terra d’origine, ossia con la terra di Montalcino e in particolare con la terra del Podere La Torre. Infatti in quegli anni di intensa trasformazione le aziende vinicole rischiavano di perdere la relazione con la propria terra e di privilegiare la cantina alla vigna adottando tecniche omolganti in ogni parte d’Italia. Il legame con il territorio va mantenuto in maniera elastica e dinamica; questo vuol dire che è plausibile che a Montalcino vengano coltivati altri vitigni da quelli già coltivati nella zona, ma tenendo sempre in considerazione i vitigni autoctoni presenti e quelli autoctoni dimenticati nel corso degli anni”.

 

Ampelio, l’ultimo nato

“L’ultimo vino che ho creato – racconta Luigi Anania – si chiama Ampelio. Proviene da un uvaggio di tre uve autoctone, sangiovese, ciliegiolo e alicante, di cui la prima coltivata dal tempo degli etruschi, le altre portate in epoche successive da altri Paesi. Il nome Ampelio, espressione con altri nomi di una toponomastica agricola in via di estinzione è in memoria di un vecchio contadino amico che nella cura della vigna muoveva le mani come un artista che percepisce all’istante la sintesi fra la grazia e la necessità”. Ampelio è un Igt di pregio di color rosso rubino e profumo intenso. Invecchiato un anno in piccole botti di rovere, al palato è fragrante e speziato con note di frutta di bosco. Si sposa con una cucina che propone ingredienti di terra, anche sulla pizza.

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